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29 Feb, 2012

Il folklore olfattivo della democrazia delegata

Inserito da: PpF In: Ambiente e salute

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di Paolo Giardini

Solamente da pochi decenni in ogni alloggio c’è una lavatrice e almeno una stanza da bagno. Antecedentemente a questa dotazione tecno-domestica popolare le differenze di classe si svelavano anche con gli odori corporali. Prima ancora il problema non c’era: se una macchina del tempo ci portasse al cospetto di una nobildonna rinascimentale nel suo palazzo privo di acqua corrente, avvertiremmo la leggera puzza da caprone e gli afrori ascellari di un odierno vagabondo senza casa. Un buon livello d’igiene arreca, fra i vantaggi sociali, la generalizzata abitudine a blande sollecitazioni olfattive, che però a volte si presenta svantaggiosa a causa del meccanismo con cui opera il senso dell’odorato.

L’olfatto funziona in modo differenziale confrontando molecole. E’ molto efficiente, gli basta qualche molecola per attivarsi. Infatti una goccia di profumo portata a spasso lascia annusare scie odorose per ore. Invece, entrando in una stalla straripante di vapori olezzanti, dopo un po’ non si avvertono puzze. Non perché ci si è abituati ma perché, causa la saturazione da miasmi, il naso non percepisce differenze fra molecole uguali. In altre parole, puzze ben diffuse nell’ambiente disturbano molto meno di quelle episodiche. Ne abbiamo una prova quando ci accorgiamo dell’aria greve scendendo in pianura dalle valli montane.

Per essere brutalmente infastiditi dal fetore basta che in aria ci sia appena qualche parte per miliardo di molecole pestifere quali i mercaptani, e poche parti per milione dei tanti altri composti organici altrettanto molesti come quelli liberati nei processi di fermentazione e digestione. Qui l’igiene non serve: non si diminuisce la fuoriuscita della produzione intestinale facendo la doccia tre volte al giorno. Solo la buona educazione, purtroppo, può evitare trivialità in pubblico. Ed è proprio in questo punto debole che s’insinua il kitsch del folklore politico nostrano, il quale parte dal presupposto che se in un comune con densità di 100 intestini per Km² fossero tutti mangiatori sistematici di uova e fagioli, l’emissione quotidiana procapite di un litro di gas contenente puzzolentissimi solfuri d’idrogeno e solfati di carbonile non sortirebbe scurrilità da avanspettacolo a causa della mobilità e urbanità degli abitanti. Come risolvere allora il problema della trivialità ambientale che la democrazia partitica esige per necessità esistenziali? Semplice: si installa in un Km² il digestore di una centrale biogas equivalente alla produzione intestinale di 200.000 abitanti e l’elemento folkloristico determinante è assicurato! “I biodigestori ben gestiti non puzzano!”, assicurano ai perplessi, i democratici amministratori acculturati dalle suadenti presentazioni in power point dei gestori dei biodigestori. In cuor loro però gongolano: sanno che ogni tanto il biodigestore deve sfiatare, come tutti. E lo fa con la fetida scorreggia cumulativa di una mezza metropoli. Un exploit non male nel terra in cui gloriosi ospedali cittadini vengono sostituiti dalle inverosimili fanfaronate della sagra kitsch-sanitaria di Cona.

Paolo Giardini

 

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