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30 Mar, 2012

Il Potere e la bicicletta (ma c’è bicicletta e bicicletta..)

Inserito da: PpF In: Mobilità

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di Paolo Giardini

Un tempo l’onnipresente bicicletta, rimedio alla penuria di altri mezzi di locomozione, veniva riassunta nel detto: Ferrara città delle biciclette. L’umile mezzo s’è poi rivelato pregevole quando la motorizzazione ha saturato le città. Ora le bici sono più numerose degli abitanti e il vecchio detto è traslato sui cartelli stradali, tradotto pure in quasinglese. Ma è uno slogan ipocrita con una segnaletica finalizzata al solo traffico auto, come dimostrano le vie a senso unico senza ciclabili, per cui anche le bici debbono percorrere i giri viziosi imposti dalla segnaletica alle auto. Due esempi fra tanti di ciclo ostacoli: – partendo da corso Porta Reno per recarsi in fondo a via C. Mayr rimanendo sulla strada, bisognerebbe andare contromano per mezzo tragitto; – è proibito andare da via Savonarola dritto fino alla Piazza Cattedrale, bisogna passare per corso Giovecca.

Per non dire dell’assenza di ciclabili in periferia: muoversi in bici, fra i TIR, dal Barco alla PMI di Cassana è un test da campionato mondiale di Survival. Da notare che nella città delle biciclette quella PMI mai raggiunta da linee autobus e ciclabili è un inno all’automobile.

Il Comune se ne sbatte da sempre delle angustie dei pendolari ma s’intromette su come fermano le bici, per le quali ha realizzato davanti alla stazione un deposito progettato nella classica struttura a bolgia dantesca. La bicibolgia risultante è obbligatoria, quindi i pendolari che al mattino legano la bici a un palo sanno che alla sera rischiano di tornare a casa a piedi, perché quei mattacchioni dei Vigili Urbani, in concorrenza sleale coi ladri professionisti, hanno l’incarico di tranciare lucchetti e asportare bici legate ad elementi d’arredo urbano estraneo alla bicibolgia regolamentare.

Vista la ciclabilità surreale, e visto che la bicibolgia sta all’arredo urbano come un cassonetto del pattume sta ad una bomboniera, sorge il sospetto che ci sia una kultura comunale specifica. Se ne intravede traccia nel glossario ciclistico usato di recente dall’amministrazione:

FIAB – Federazione Italiana Amici della Bicicletta. Organizzazione ciclo-ambientalista nata a Milano, metropoli avente il numero di biciclette di Copparo. E’ l’unico interlocutore accreditato per argomenti ciclistici dall’amministrazione ferrarese. La popolazione indigena che al 90% impara ad andare in bici subito dopo lo svezzamento non è ritenuta idonea per la sua istintiva incompetenza.

BICIPLAN – Tradotto in italiano il termine perde il suo fascino. Eminentemente kulturale, riguarda il programma strategico per promuovere la ciclabilità urbana. Impossibile leggerlo senza calarsi nello spirito del moderno “bike sharing” sottoelencato. Non deve assolutamente mancare un biciplan sul tavolo dell’assessore alla mobilità ferrarese.

MODAL SPLIT – Nulla a che fare col verbo splir (sotterrare, nascondere) del dialetto romagnolo, pur congruente con la qualità dell’amministrazione. Quando si fa un sondaggio per individuare i modi in cui si sposta la gente, come lo si chiama? Modal split, no?! Tradotto alla lettera risulta “ripartizione modale”. Non è detto che sia compreso al 100% nel quasinglese dell’amministrazione.

BIKE SHARING – Una svolta concettuale! Sconosciuta ai ferraresi, ma sia chiaro: i parvenu illuminati dal verbo anglofono e dall’economia di mercato ritengono indispensabile la scritta Day Surgery invece che “chirurgia ambulatoriale”, quindi non potranno certamente dire “Biciclette Condivise”, magari aggiungendo un “Pubbliche” che manca nell’originale. Per come l’hanno capita in Comune (meglio: per come gliel’hanno proposta le furbe agenzie pubblicitarie che vendono i loro sistemi bike-sharing) l’uso della bici “sostenibile” a Ferrara si incentiva innanzi tutto dimenticando le 200-250.000 biciclette private presenti in città e i loro irrisolti problemi di circolazione. Poi si aggiungono in città alcune centinaia di biciclette di scadente qualità, pesanti e con gomme piene, ma costosissime (da qui il “sostenibile”, perché senza il robusto sostegno di tanti soldi pubblici la faccenda crolla), dotate di chiavi codificate che consentono di chiuderle in apposite rastrelliere. Teoricamente chi ha la chiave può prelevare una bici da qualsiasi rastrelliera e depositarla in qualsiasi altra. Può prelevare anche in altre città aventi lo stesso nostro sistema C’entro in bici, ammesso che non sorgano problemi con la codifica della chiave meccanica. Affascinante, vero? E con solo alcune centinaia di migliaia di euro il Comune diventerebbe pure virtuoso.

 

Ma allora… come mai dopo anni di strisciante bike sharing c’è ancora la bicibolgia per i poveri pendolari e non le rastrelliere “C’entro in bici” che sono presenti pure a Bologna, Rovigo, Padova, Ravenna?

In fin dei conti l’unica giustificazione all’acquisto di bici pubbliche in una città piena di biciclette sta nella possibilità di scambiare bici locali con utenti non locali, e i pendolari che partono dalla stazione lasciandovi la bici costituiscono il primo anello naturale della catena.

Che sia più che giustificata la recente accusa al Comune di demagogia formulata dagli Amici della Bicicletta?

 

Paolo Giardini

 

N.B. C’è in Italia un esempio di bike sharing “serio”, cioè rispondente ad elevati requisiti funzionali e qualitativi che ne compensano in tutto o in parte la componente demagogica nella scelta d’acquisto. E’ quello di Milano, metropoli che non avendo una tradizione di trasporto ciclistico può effettivamente godere della possibilità di noleggio bici pubbliche distribuite sul vasto territorio da prelevare in un luogo e lasciare in qualsiasi altro. La fruizione delle bici è contabilizzata a tempo, piuttosto costosa, ma compensata dalla qualità dei mezzi in lega leggera, freni a tamburo, dotati di cambio e trasmissione ad albero invece che delle solite catene, e manutenzione effettivamente svolta.

Le chiavi sono elettroniche. Tutto il sistema è centralizzato, ogni rastrelliera costituente una specie di hub connessa in rete, sia per la conoscenza in tempo reale dell’ubicazione delle bici sia per il tempestivo intervento della manutenzione. Discutibile finché si vuole, ma a Milano il servizio c’è.

A Ferrara il servizio farlocco serve a dilapidare tantissimi soldi sottratti al necessario spesi in cambio di ciarpame, e a qualche dipendente pubblico che invece di rovinare la propria bici lasciandola all’aperto, o rischiarne furti e vandalismi, con la cauzione di 8 euro gode più di un’assicurazione sulla bici. Ma Ferrara è la stessa città dove si chiude l’ospedale cittadino in cambio del ciarpame di uno nuovo-vecchio in campagna, fatto male e senza rimedio, e tante altre storie simili.

 

 

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