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04 Gen, 2012

Nuovi criteri per i bilanci comunali

Inserito da: PpF In: Bilancio comunale

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di Paolo Giardini

Dalla romantica lettera d’inizio anno dell’assessore Marattin al Direttore della Nuova Ferrara, è stata rivelata ai sudditi ferraresi che ancora riescono a comprar giornali la gnosi presente in un assessorato-fucina-illuministica, proscenio in cui faustianamente si elabora l’impalcato intellettuale dei bilanci comunali consultando sacri testi (Keynes non manca, ovviamente, come le raccolte da cui trarre profonde citazioni da Falcone a Kennedy, oltre al Manuale delle Giovani Marmotte molto usato anche dal sindaco). Sono quattro – spiega l’immaginifico – i pilastri della strategia politico culturale che reggono la strategia politica economica del comune di Ferrara: la riduzione del debito; la protezione degli ultimi; l’attrazione di nuove imprese; il sostegno agli investimenti pubblici; e scusate se è poco. “A noi la vita piace così”, dichiara l’emulo contabile di Zorro con presumibile pudibondo rossore intellettuale.

Quattro pilastri! Quando mai prima d’ora i pubblicani hanno presentato le loro odiose imposizioni con attraenti allegorie? Ammettiamolo: l’accarezzare sapienze esotiche progettando balzelli, magari in ambienti profumati d’incenso, è da cervelli fini. Forse non è casuale l’improvvisa decisione di chiamare Palazzo Ducale quello che era conosciuto come Municipale, col pretesto dell’accesso pubblico a un cortilaccio che secoli fa era leggiadro giardino di duchesse.

Ma torniamo ai “quattro pilastri” il cui simbolismo che riunisce in sé forza ed elevatezza non ha bisogno di spiegazioni. Il primo è commovente: “lasciare a chi verrà dopo di noi un conto da pagare da 167 milioni di euro non è una cosa di sinistra perché scarica sui più deboli (quelli che ancora non ci sono perché non possono difendersi) i costi dell’incapacità di agire di oggi”.

La conversione di S. Paolo sulla via di Damasco fu una robetta in confronto alla conversione di Marattin perché S. Paolo, sempre devoto credente in Dio, non cambiò stile di vita, e non ritenne un’ipotesi innovativa il pagare i debiti (“chi non lavora non mangi”, aggiungeva di sopramercato quel malintenzionato), mentre Marattin non ha mai fatto una piega al sinistro saccheggio operato dagli ultimi due sindaci. A conversione avvenuta, dobbiamo aspettarci che farà raggiungere dai sicari i due infelici che hanno dilapidato fortune e privato la città di risorse-fonti di reddito? O, soffrendo nell’intimo, si limiterà ad imporci come prima di pagare i debiti contratti dai suoi amici? Vedremo. Ci vorrebbe comunque un Caravaggio per dipingere le suggestive lame di luce penetranti le oscurità di Palazzo Ducale nella Conversione di Marattin.

Gli altri tre “pilastri” lasciamoli perdere: per ora fanno ridere i polli, ma visto il nuovo corso sentimental-intellettuale è presumibile che in una decina di legislature il più maturo Marattin li porterà a livello del primo con giusti correttivi (accorgendosi, ad esempio, che le nuove imprese se ne sbattono di sconti al 55% di elevatissime tasse comunali quando possono dirigersi oltre Po da chi li invoglia esentandoli dalle tasse per 20 anni). E poi sono inadatti al pennello di Caravaggio, essendo i loro contenuti più affini a “Il baro” di De la Tour. I dipinti “polittici” è sempre meglio farli eseguire dalla stessa mano.

Paolo Giardini

 

 

 

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