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03 Mag, 2013

Pescecani di guerra in tempi di pace

Inserito da: PpF In: Politica

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di Paolo Giardini

Per la maggior parte delle persone la parola pescecane è solo sinonimo di squalo, il temibile predatore marino. Ma c’è una minoranza (composta da frange di classi anziane aventi i neuroni non del tutto sommersi dal colesterolo, e classi più giovani non troppo penalizzate dalle stralunate riforme della scuola degli ultimi trent’anni) che per ancora vive reminescenze scolastiche è conscia di un’accezione presente alla voce pescecane sui dizionari, quella di: “affarista arricchitosi velocemente, spec. durante una guerra o un dopoguerra, facendo ricorso anche a mezzi illeciti”.

Con l’epiteto pescecani, sorto durante la prima guerra mondiale, veniva indicata la gente senza scrupoli rapidamente arricchita con le mediazioni d’ogni specie e con le industrie di guerra, profittando furbescamente delle occasioni rese possibili dall’enormità di forniture belliche. Furono le smodate ostentazioni di agiatezza dei pescecani, spettacoli giudicati ripugnanti dalle masse, ad innescare la violenta avversione popolare per quei personaggi. Nacquero duraturi risentimenti verso i profittatori, sia nella folla dei coscritti obbligata agli stenti della vita (e morte) in trincea, sia nella società civile angustiata da indigenza endemica, poi confluiti nell’esasperazione e nelle tensioni sociali postbelliche che stimolarono la nascita del fascismo.

L’antipatica categoria dei pescecani di guerra ha comunque il problema di porsi anche al di fuori da contesti bellici per evitare l’estinzione, adattandosi darwinianamente alle diverse condizioni dell’economia di pace. Come il pescecane marino si trova al vertice della catena alimentare negli oceani, così il suo omologo umano, per conservarsi tale, in periodo di pace deve inserirsi al vertice della catena di interessi economici, nelle nicchie dei sistemi bancario-assicurativo, finanza-borsa, industria-commercio, e politica. Quella politica, soprattutto, la più accessibile alla povertà di competenze specifiche dei furbastri. Ma ciò significa che se la categoria dei pescecani riesce ad adattarsi con successo, il pescecanismo diventa una stabile disgrazia del tessuto sociale infiltrata nelle varie nomenklature espresse dalla politica dominante.

C’è stato questo non auspicabile successo? Certe prove indiziarie desunte dalle peculiarità dei pescecani (rozzezza ostentativa, carenza di competenze) lo confermerebbero. La pacchianeria delle ostentazioni, il marchio di fabbrica del pescecane, se usata come cartina di tornasole dà indicazioni significative. Proviamo ad impiegarla a scopo didattico al famoso caso di quel Tale che, mimetizzatosi in politica, raggiunge la posizione di primo cittadino in un piccolo comune di provincia, maturando credenziali partitiche per ottenere alla fine del mandato una poltrona presidenziale di un’importante società pubblica di servizi (1 – non sta scritto da nessuna parte che i sindaci abbiano questo privilegio, ma il pescecanismo lo spiegherebbe). La cartina di tornasole indica che il Tale ottiene benefit quali una lussuosa auto di rappresentanza e uffici manageriali (2 – emerge la pacchianeria). La sua storia evidenzia, a posteriori, che non saprebbe amministrare un condominio, avendo condotto irreversibilmente alla voragine la società che presiede fino alla rovinosa chiusura e cessione (3 – il Tale non si dispera per il disastro). Fine della pacchia? Macché. Continua a percepire stipendi da barone universitario anche senza travestirsi da presidente, fruendo di auto di lusso e ufficio manageriale (4 – pacchianeria quale fondamento di vita), grazie al suo trasformarsi in “consulente” al servizio del nuovo gestore pubblico di servizi che ha rilevato la baracca fallita. Consulente per cosa? Per un’esigua attività collaterale e sussidiaria della fallita società, opportunamente tenuta formalmente separata dal carrozzone ma sempre foraggiata da denaro pubblico (5 – messinscena furbastra). Basterebbe un impiegato di concetto a gestire la modesta attività, invece no, il prezioso “consulente” viene assunto in pianta stabile dal nuovo gestore (6 – Toh! Allora è impossibile nascondere che l’attività collaterale è autonoma solo per finta!).

E come viene assunto? Ma in qualità di dirigente, no?, con corredo di una Volvo (7 – infattibile la rinuncia alla pacchianeria). C’è un’ultima ciliegina ad impreziosire la storia: la giustificazione per l’inverosimile necessità di assunzione di un inutile dirigente in età matura sta nell’applicazione di una legge (a firma Fornero: quella dei poveri esodati) riguardante la tutela alle collaborazioni coordinate e continuative tipiche delle età giovanili.

Possiamo dedurre che il pescecanismo sia fortemente radicato nei gangli del Settore Pubblico? I sette indizi sopra indicati, a mio avviso, fanno propendere per una risposta affermativa.

 

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